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COMEDIA DELLE NINFE FIORENTINE

Comedia delle ninfe fiorentine (1339-1340)
L'Ameto o Comedia delle ninfe fiorentine comprende sette racconti inseriti in una cornice di prose e versi (ogni analogia col Decameron finisce qui). I racconti si inseriscono nella più vasta struttura dell'opera secondo uno schema allegorizzante. La "commedia" rappresenta sette ninfe novellatrici che, per mezzo dell'amore, ingentiliscono un rozzo ed incolto pastore. Il Ninfale è un'opera allegorica (le sette ninfe rappresentano le virtù teologali e cardinali).

Il rozzo pastore Ameto, vagando nei boschi di monte Corito (Fiesole) si ferma a riposare presso il luogo in cui il Mugnone si getta nell'Arno. Il pastore ode un canto, incuriosito sorprende un gruppo di ninfe che ascoltano il canto di Lia, ninfa protettrice del luogo. I cani assalgono il pastore, ma le ninfe li richiamano ed accolgono Ameto, che s'innamora di Lia. Attendendola, il pastore da voce al proprio amore con un canto. Durante le feste in onore di Venere, ninfe e pastori si recano al tempio della dea.

Ameto rinnega la rozza vita trascorsa nei boschi, desidera divenire seguace d'amore e canta le lodi di Lia e delle sue sei compagne. Lia propone di trascorrere le ore più calde del giorno narrando ognuna i propri amori e cantando la divinità cui è devota. Mopsa (saggezza) narra come attrasse Afron (il dissennato), Emilia (giustizia) racconta il suo amore per Ibrida (il superbo), Adiona (temperanza) quello per Dioneo (il dissoluto), Acrimonia (fortezza) l'amore per Apaten (l'apatico), Agapes (carità), si innamora di Apiros (il senza fuoco) e lo infiamma con la propria sensualità, a lungo trattenuta, essendo sposata ad un ricco vecchio, Fiammetta (speranza) narra i propri amori con Caleone (il disperato), Lia (fede) l'amore per Ameto (il selvaggio).

Terminati i racconti sette cigni vincono in cielo sette cicogne poi, annunciata da un lampo, un tuono ed un canto, compare Venere celeste, guida all'amore vero, giusto e santo. La dea invita le ninfe a compiere l'iniziazione di Ameto. Il pastore è purificato nella fonte e rivestito con nuovi abiti. Ameto riscattato dalla sua rozzezza, davanti alla dea canta dio uno e trino e le sette donne che lo hanno incivilito. A sera ognuno lascia il luogo della festa, l'autore che, di nascosto, ha ascoltato i racconti delle ninfe, invidia Ameto e si dispone a tornare alla propria triste casa dove lo attende un vecchio freddo ed avaro (il padre). Boccaccio auspica incensi per Venere e ghirlande per Fiammetta che lo hanno spronato a scrivere e dedica l'opera all'amico fiorentino Niccolò di Bartolo del Buono(nel 1360, con Pino dei Rossi, altro amico di Boccaccio, partecipa ad una congiura antiguelfa).

L'Ameto pare scritto per un circolo di raffinati aristocratici e l'allegoria potrebbe avere funzione cautelativa in un'opera in cui sono identificabili personaggi ed episodi della cronaca mondana fiorentina. Mopsa è Lottiera di Odoaldo della Tosa, mal maritata col priore Nerone di Nigi di Dietisalvi, nell'Ameto Mopsa rappresenta la virtù ma conquista il dissennato pescatore Afron con un mezzo spogliarello. Emilia, la giustizia è Emiliana dei Tornaquinci moglie irrequieta dello speziale Giovanni di Nello. Adiona, la temperanza è Dianora di Niccolò Gianfigliazzi, moglie di Pacino Peruzzi [Boccaccio gioca col nome del marito: peruzzi - pere - orti di Pomena [Pomona], infatti la dama guelfa coltiva sollecita i suoi orti (marito) col cuore amando il sommo Giove].

Agapes, la carità, adombra una discendente di usurai. Carattere comune dei racconti è l'evocazione mitica che dissimula le allusioni al presente, e gli amori che le ninfe narrano, presentano la virtù come un correttivo del vizio opposto, ma in realtà sottolinea l'attrazione irresistibile tra temperamenti sensuali diversissimi. La cornice e la raffinata stilizzazione dei racconti sono impreziosite da uno smagliante realismo in cui Boccaccio distilla invenzioni lessicali e reminiscenze colte.

Con l'episodio di Lia (la fede) e Ameto, Boccaccio riprende la leggenda delle origini di Firenze, contaminando le Genealogie di Paolo da Perugina (morto nel 1348 a Napoli, bibliotecario di corte, amico di Boccaccio) e le metamorfosi di Ovidio. L'incontro della ninfa Fiammetta con il focoso Caleone (la speranza salva il disperato dal suicidio) costituisce un elemento di quella leggenda autobiografica che Boccaccio ha costruito, introducendola nel Filocolo, e riprendendola nellAmorosa Visione e nellElegia di Madonna Fiammetta, plasmando la sua musa, come Laura e Beatrice.



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