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PENSIERI DI VITA: LEOPARDI

Giacomo Leopardi
Pensieri



Leopardi, Tutte le opere, vol. I, Sansoni Editore, Firenze 1969, con introduzione a cura di Walter Binni e con la collaborazione di Enrico Ghidetti, che ha curato la Vita e le opere di Giacomo Leopardi e la Nota bibliografica.
LXI

Uscendo della gioventù, l'uomo resta privato della proprietà di comunicare e, per dir così, d'ispirare colla presenza se agli altri; e perdendo quella specie d'influsso che il giovane manda ne' circostanti, e che congiunge questi a lui, e fa che sentano verso lui sempre qualche sorte d'inclinazione, conosce, non senza un dolore nuovo, di trovarsi nelle compagnie come diviso da tutti, e intorniato di creature sensibili poco meno indifferenti verso lui che quelle prive di senso.
LXII

Il primo fondamento dell'essere apparecchiato in giuste occasioni a spendersi, è il molto apprezzarsi.
LXIII

Il concetto che l'artefice ha dell'arte sua o lo scienziato della sua scienza, suol essere grande in proporzione contraria al concetto ch'egli ha del proprio valore nella medesima.
LXIV

Quell'artefice o scienziato o cultore di qualunque disciplina, che sarà usato paragonarsi, non con altri cultori di essa, ma con essa medesima, più che sarà eccellente, più basso concetto avrà di se: perché meglio conoscendo le profondità di quella, più inferiore si troverà nel paragone.

Così quasi tutti gli uomini grandi sono modesti: perché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell'idea del perfetto che hanno dinanzi allo spirito, infinitamente più chiara e maggiore di quella che ha il volgo; e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla. Dove che i volgari facilmente, e forse alle volte con verità, si credono avere, non solo conseguita, ma superata quell'idea di perfezione che cape negli animi loro.
LXV

Nessuna compagnia è piacevole al lungo andare, se non di persone dalle quali importi o piaccia a noi d'essere sempre più stimati. Perciò le donne, volendo che la loro compagnia non cessi di piacere dopo breve tempo, dovrebbero studiare di rendersi tali, che potesse essere desiderata durevolmente la loro stima.
LXVI

Nel secolo presente i neri sono creduti di razza e di origine totalmente diversi da' bianchi, e nondimeno totalmente uguali a questi in quanto è a diritti umani. Nel secolo decimosesto i neri, creduti avere una radice coi bianchi, ed essere una stessa famiglia, fu sostenuto, massimamente da' teologi spagnuoli, che in quanto a diritti, fossero per natura, e per volontà divina, di gran lunga inferiori a noi. E nell'uno e nell'altro secolo i neri furono e sono venduti e comperati, e fatti lavorare in catene sotto la sferza. Tale è l'etica, e tanto le credenze in materia di morale hanno che fare colle azioni.
LXVII

Poco propriamente si dice che la noia è mal comune. Comune è l'essere disoccupato, o sfaccendato per dir meglio; non annoiato. La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Più può lo spirito in alcuno, più la noia è frequente, penosa e terribile. La massima parte degli uomini trova bastante occupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione insulsa; e quando è del tutto disoccupata, non prova perciò gran pena. Di qui nasce che gli uomini di sentimento sono sì poco intesi circa la noia, e fanno il volgo talvolta maravigliare e talvolta ridere, quando parlano della medesima e se ne dolgono con quella gravità di parole, che si usa in proposito dei mali maggiori e più inevitabili della vita.
LXVIII

La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.
LXIX

Dalla famosa lettera di Cicerone a Lucceio, dove induce questo a comporre una storia della congiura di Catilina, e da un'altra lettera meno divulgata e non meno curiosa, in cui Vero imperatore prega Frontone suo maestro a scrivere, come fu fatto, la guerra partica amministrata da esso Vero; lettere somigliantissime a quelle che oggi si scrivono ai giornalisti, se non che i moderni domandano articoli di gazzette, e quelli, per essere antichi, domandavano libri; si può argomentare in qualche piccola parte di che fede sia la storia, ancora quando è scritta da uomini contemporanei e di gran credito al loro tempo.
LXX

Moltissimi di quegli errori che si chiamano fanciullaggini, in cui sogliono cadere i giovani inesperti del mondo, e quelli che, o giovani o vecchi, sono condannati dalla natura ad essere più che uomini e parere sempre fanciulli, non consistono, a considerarli bene, se non in questo; che i sopraddetti pensano e si governano come se gli uomini fossero meno fanciulli di quel che sono. Certamente quella cosa che prima e forse più di qualunque altra percuote di maraviglia l'animo de' giovani bene educati, all'entrare che fanno nel mondo, è la frivolezza delle occupazioni ordinarie, dei passatempi, dei discorsi, delle inclinazioni e degli spiriti delle persone: alla qual frivolezza eglino poi coll'uso a poco a poco si adattano, ma non senza pena e difficoltà, parendo loro da principio di avere a tornare un'altra volta fanciulli. E così è veramente; che il giovane di buona indole e buona disciplina, quando incomincia, come si dice, a vivere, dee per forza rifarsi indietro, e rimbambire, per dir così, un poco; e si trova molto ingannato dalla credenza che aveva, di dovere allora in tutto diventar uomo, e deporre ogni avanzo di fanciullezza. Perché al contrario gli uomini in generalità, per quanto procedano negli anni, sempre continuano a vivere in molta parte fanciullescamente.
LXXI

Dalla sopraddetta opinione che il giovane ha degli uomini, cioè perché li crede più uomini che non sono, nasce che si sgomenta ad ogni suo fallo, e si pensa aver perduta la stima di quelli che ne furono spettatori o consapevoli. Poi di là a poco si riconforta, non senza maraviglia vedendosi trattare da quei medesimi coi modi di prima. Ma gli uomini non sono sì pronti a disistimare, perché non avrebbero mai a far altro, e dimenticano gli errori, perché troppi ne veggono e ne commettono di continuo. Né sono sì consentanei a se stessi, che non ammirino facilmente oggi chi forse derisero ieri. Ed è manifesto quanto spesso da noi medesimi sia biasimata, anche con parole assai gravi, o messa in burla questa o quella persona assente, né perciò privata in maniera alcuna della nostra stima, o trattata poi, quando è presente, con altri modi che innanzi.
LXXII

Come il giovane è ingannato dal timore in questo, così sono ingannati dalla loro speranza quelli che avvedendosi di essere o caduti o abbassati nella stima d'alcuno, tentano di rilevarsi a forza di uffici e di compiacenze che fanno a quello. La stima non è prezzo di ossequi: oltre che essa, non diversa in ciò dall'amicizia, è come un fiore, che pesto una volta gravemente, o appassito, mai più non ritorna. Però da queste che possiamo dire umiliazioni, non si raccoglie altro frutto che di essere più disistimato. Vero è che il disprezzo, anche ingiusto, di chicchessia è sì penoso a tollerare, che veggendosene tocchi, pochi sono sì forti che restino immobili, e non si dieno con vari mezzi, per lo più inutilissimi, a cercare di liberarsene. Ed è vezzo assai comune degli uomini mediocri, di usare alterigia e disdegno cogl'indifferenti e con chi mostra curarsi di loro, e ad un segno o ad un sospetto che abbiano di noncuranza, divenire umili per non soffrirla, e spesso ricorrere ad atti vili. Ma anche per questa ragione il partito da prendere se alcuno mostra disprezzarti, è di ricambiarlo con segni di altrettanto disprezzo o maggiore: perché, secondo ogni verisimiglianza, tu vedrai l'orgoglio di quello cangiarsi in umiltà. Ed in ogni modo non può mancare che quegli non senta dentro tale offensione, e al tempo medesimo tale stima di te, che sieno abbastanza a punirlo.
LXXIII

Come le donne quasi tutte, così ancora gli uomini assai comunemente, e più i più superbi, si cattivano e si conservano colla noncuranza e col disprezzo, ovvero, al bisogno, con dimostrare fintamente di non curarli e di non avere stima di loro. Perché quella stessa superbia onde un numero infinito d'uomini usa alterigia cogli umili e con tutti quelli che gli fanno segno d'onore, rende lui curante e sollecito e bisognoso della stima e degli sguardi di quelli che non lo curano, o che mostrano non badargli. Donde nasce non di rado, anzi spesso né solamente in amore, una lepida alternativa tra due persone o l'una o l'altra, con vicenda perpetua, oggi curata e non curante, domam curante e non curata. Anzi si può dire che simile giuoco ed alternativa apparisce in qualche modo, più o manco, in tutta la società umana; e che ogni parte della vita è piena di genti che mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate fuggono, e che voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono, e s'inchinano, e corrono dietro ad altrui.
LXXIV

Verso gli uomini grandi, e specialmente verso quelli in cui risplende una straordinaria virilità, il mondo è come donna. Non gli ammira solo, ma gli ama: perché quella loro forza l'innamora. Spesso, come nelle donne, l'amore verso questi tali è maggiore per conto ed in proporzione del disprezzo che essi mostrano, dei mali trattamenti che fanno, e dello stesso timore che ispirano agli uomini. Così Napoleone fu amatissimo dalla Francia, ed oggetto, per dir così, di culto ai soldati, che egli chiamò carne da cannone, e trattò come tali. Così tanti capitani che fecero degli uomini simile giudizio ed uso, furono carissimi ai loro eserciti in vita, ed oggi nelle storie fanno invaghire di se i lettori. Anche una sorte di brutalità e di stravaganza piace non poco in questi tali, come alle donne negli amanti. Però Achille ...


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